Daniele Raggi

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LA MISSION



Quale è la mission che la accompagna giorno dopo giorno nel suo lavoro?


Sento di avere l’incarico di diffondere un messaggio su come sia possibile combattere e sconfiggere il dolore; un'esigenza, che trova il suo inizio negli anni universitari e  che diverrà poi un indirizzo professionale.


Quando frequentavo l'Università (ISEF-Istituto Superiore Educazione Fisica), non  miravo all’ intraprendere la carriera sportiva, sia perché non rispecchiava le mie ambizioni e i miei desideri, sia perché non ero un atleta nel senso più ampio del termine.


Sapevo riconoscere coloro che avevano questo dono innato; li avevo di fianco ogni giorno e li vedevo occuparsi di sport e preparazione dei vari ambiti sportivi. Loro avevano trovato il loro posto nel mondo dell'attività fisica e motoria.


Ma quello non era un ruolo professionale adatto a me; dovevo ancora trovare qualcosa che mi facesse scoprire il giusto ramo dell’attività fisica da intraprendere e sviluppare.

In quel periodo avevo avuto modo di vedere, molte  volte e con estrema facilità, infortuni in ambito sportivo e motorio, anche di grande incidenza.


Quando la macchina corporea viene utilizzata al massimo delle sue prestazioni, quando con l’avanzare dell’età e con il “peso” della vita sulle spalle il corpo non risponde più con la dovuta elasticità, si possono verificare infortuni più o meno gravi.


Non mi ci volle molto per intuire di cosa avrei voluto e potuto occuparmi. Dovevo solo capire con quali strumenti e modalità occuparmi delle persone invalidate per consentire loro la ripresa della funzionalità e ridurre quanto possibile le loro défaillance.

Così ciò avvenne: sia verso lo sportivo infortunato, verso il giovane ancora in tenera età, e soprattutto verso tutte quelle patologie dell'età più adulta che colpiscono muscoli e articolazioni, capaci di limitare le funzioni o addirittura, togliere la voglia di vivere quando la sofferenza oltrepassa certi limiti.


L’incontro con il Metodo Mézières è stato fondamentale ed illuminante perché, a quel punto, ho capito che avevo trovato il mio posto come persona e professionista; avevo trovato ciò che veramente desideravo fare. Una strada percorsa fino ad oggi, che ancora alimenta la mia curiosità e voglia di crescere.


A conferma di questa scelta e percorso professionale, un grosso infortunio accadutomi, mi ha fatto vivere e capire  fino in fondo il dolore, i limiti, le difficoltà, la perdita di libertà; ma soprattutto mi ha fatto comprendere  cosa significa sentirsi persi, senza nessuna possibilità, senza la speranza di poter "uscire fuori da quel tunnel". Ma soprattutto senza che nessun professionista ti capisca fino in fondo e sappia darti una reale risposta.


È stato proprio in questa fase e condizione che ho creato Pancafit perché potesse aiutarmi a superare l'impossibile; in quel periodo, anche i movimenti più semplici come alzarsi, sedersi, mi erano preclusi; persino il respirare era estremamente difficoltoso.

Non mi aspettavo certamente che Pancafit avrebbe superato le montagne più alte e fatto il giro del mondo in breve tempo; è diventato anche un metodo professionale molto ambito da molti colleghi e professionisti nel campo della salute, della riabilitazione, della postura, dello sport e della prevenzione.


Tornando alla Sua domanda iniziale, potrei sintetizzare la mia mission in 3 punti fondamentali che sono poi i capisaldi del mio lavoro:


Trovare la risposta al dolore


se c’è un dolore c’è sempre una causa che lo ha preceduto e scatenato; il dolore è il campanello d’allarme che ci avvisa che c’è qualcosa che non va. Il dolore è quindi solo l’effetto, il manifestarsi di una non funzionalità.

La risposta del disagio/dolore, è "scritta" nella storia del paziente, nella sua vita vissuta e non vissuta, causata da incidenti, interventi chirurgici, conflitti emotivi, ovvero in tutto quello che ha lasciato un segno nel corpo e nell'anima.

Ogni forma posturale, ogni espressione corporea, esprime il disagio e la storia in essa scritta.


La  lotta contro il dolore


Una volta individuata la vecchia causa ormai dimenticata, si deve poi trovare la strada per quel paziente, per quel dolore, quindi la strategia terapeutica da adottare.


Libertà da chi gestisce la salute; libertà di potersi muovere senza dolore. Libertà da chi detiene il controllo delle persone sofferenti.


Tutti dovrebbero avere la possibilità di conoscere e poter utilizzare le diverse terapie e metodologie per risolvere i propri problemi. Tutti dovrebbero dover conoscere come prevenire dolori e malattie. Inoltre, solo e soltanto all’individuo, dovrebbe spettare la decisione di quale risorsa utilizzare per la propria salute. 

 



 


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